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guarire a volte migliorare spesso consolare sempre
CULTURA
16 maggio 2012
Il primo giorno
Il primo giorno


-Oggi che fai?- chiese Anna.
-Non ne ho la minima idea. Mi sento come se mi fossi svegliato nel deserto dopo essermi addormentato in casa. Mi serve tempo per raccapezzarmi.-
-Gli altri non vedono l’ora di arrivarci, per poter finalmente dedicarsi alla propria vita. Vedrai che ci riuscirai pure tu.-
-Intanto esco dal letto e vado a preparare la colazione- fece Antonio poggiando le gambe sul pavimento e cercando le pantofole nella semioscurità di un mattino appena iniziato.
Appariva davvero difficile dare un senso di razionalità a quella levataccia anzitempo senza la dovuta necessità. Perché fare presto se il giorno era costituito da ben ventiquattro ore?
Apparecchiò la tavola per due. Latte, caffè, pane e marmellata alla ciliegia.
Era la prima volta che Anna si risparmiava il compito. Lo aveva fatto per quarant’anni ogni giorno, svegliandosi prima di lui e assecondandolo nei preparativi, per poi dargli un bacio sull’uscio e ritornare a dormire. Perché il lavoro, tra i due, era solo per Antonio.
Mentre aspettava il gorgoglio della macchinetta del caffè, stava poggiato con le mani sul pianale del lavello smaltato, cercando di inventarsi una giornata identica a tutte le altre precedenti.
Non gli venne in mente niente di nuovo. Avrebbe potuto guardare la rassegna stampa in televisione, come non aveva mai fatto in vita sua. O accendere la radio, con gli ascoltatori a dire la propria sulle tasse e le politiche del governo. O andarsene in giro a far compere e poi bivaccare su una panchina al parco.
Allora prese una decisione assurda e repentina. Affettò il pane infilandoci del prosciutto dentro e prese una rivista del sindacato. Li pose all’interno della cartella nera ormai consunta per l’uso abituale. Come sempre.
Anna lo guardò senza capirci granché. Anzi capì che quello che era sembrato giusto fino al giorno prima, non lo era più.
Fecero colazione senza quasi parlare e sbirciando di sbieco i movimenti dell’altro. Antonio non si accorse che la moglie cercava di nascondere un sorriso di comprensione.
Lo accompagnò sulla porta e lo baciò lasciandogli una lacrima sulla guancia.
Lui si avviò alla fermata dell’autobus respirando a fondo. L’aria aveva lo stesso odore di sempre, rimuginò tra sé.
Riconobbe le persone che sostavano sotto la tettoia in attesa del pullman. Sempre le stesse. Salutò qualcuno con il quale era più in confidenza.
Sull’autobus si incollò al finestrino facendo defluire pensieri in un’unica direzione.
A un certo punto pensò che era iniziata l’attesa della morte. Se prima aveva impegni che lo tenevano occupato nella fatica del vivere, ora invece era iniziata la conta finale verso la scadenza naturale di tutte le cose e gli esseri della terra. Un interminabile ticchettio alla rovescia.
Arrivò finalmente a destinazione. Scese salutando gli altri che proseguivano seduti al loro posto.
La fabbrica era sempre lì. Nonostante lui.
Si avvicinò al cancello alto e nero con un misto di ansia e di senso del ridicolo.
Il vigilante si affacciò dal gabbiotto a vetri a lato dell’ingresso.
-Buongiorno. - fece Antonio dissimulando l’imbarazzo.
-Buongiorno. Ma non sei andato in pensione ieri?- chiese la guardia stiracchiandosi le braccia.
-Sì, ma mi hanno chiamato i colleghi pregandomi di ripassare oggi. Entro qualche ora e poi vado via.-
-Vai, vai- rispose quello rientrando nella scatola a vetri.
Affrettò il passo verso la costruzione grigia che delimitava la campagna dietro, incominciando a slacciare i bottoni della camicia vicino al collo con la mano libera dalla cartella nera.
Si stampò un sorriso in faccia e pensò che era stato bello, lavorare, in tutti quegli anni.
Il caporeparto gli si fece da presso con una faccia a punto interrogativo:
-Non ce la fai proprio a restare a casa? Io al posto tuo ne avrei di cose da fare. Pure a starmene nel letto con mia moglie fino all’ora di pranzo mi andrebbe bene.-
-Posso restare qui con voi? Solo per oggi, prometto.-
-Si ma metti la divisa. E non farti male che non sei più coperto dall’assicurazione.-
Andò all’armadietto dove aveva riposto i vestiti per tanto tempo. Già avevano cancellato il suo cognome sull’anta.
Avvertì la transitorietà di ogni cosa e si ripromise di non lasciare più Anna da sola per il resto dei mesi a venire.
Con la sua tuta sgualcita e indossata contro ogni previsione e logica, andò nel laboratorio. Il frastuono copriva le voci dei suoi colleghi.
-Ancora qui?- gli fece il più giovane.
-Dove mi metto?- si scusò, notando che il suo posto era stato occupato da un altro.
-Dove dai meno fastidio.- si misero a ridere tutti quanti.
Sedette su uno sgabello guardando i colleghi lavorare per un po’.
Alla fine afferrò una pinza sul bancone degli attrezzi e si avvicinò a un pezzo ancora in fase di rifinitura.
-Mi metto qua- si scusò.
Qualcuno andò vicino mettendogli una mano sulla spalla. Tirò un sospiro come quando ci si butta in mare con l’acqua ghiacciata.
E iniziò a lavorare.




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CULTURA
28 aprile 2012
La giostra
La giostra
Era nato di sette mesi, e non erano bastati trent’anni per farne un uomo normale.
Uno con quella espressione da bambino lì, lo notavi subito tra tanta gente. Alle giostre poi, ancora di più. Dovevi vedere la felicità che sgorgava da quegli occhi mentre saltava sui tappeti elastici, facendo piroette, volteggi, salti mortali. Sudava come se stesse facendo il lavoro più faticoso del mondo.
Seduto sopra una panchina con la schiena incurvata verso le ginocchia e un lecca lecca in mano, salutava ogni passante con gentilezza.
-Ciao, Dui’-
-Ciao- sorrideva lui.
Non si perdeva un passaggio del trenino, facendo cenno con la mano libera ai bambini che ad ogni nuovo giro si sbracciavano per salutarlo. Ci sarebbe andato volentieri pure lui sopra quel mezzo, ma ci aveva provato una volta ed era rimasto incastrato nella portiera stretta che immetteva ai sedili. Se ne era fatta una ragione, e non ci aveva pensato più.
Preferiva passare la mattinata là dentro, piuttosto che aspettare il pulmino che lo portava a quella scuola apposita per gente come lui. Gli metteva tristezza, e si annoiava. Invece alle giostre di Gustavo, il tempo gli volava.
Non aveva bisogno di monete, per deliziarsi con tutte quelle diavolerie. Tanto il giostraio, passandogli accanto, glielo chiedeva sempre:
-Duilio: vuoi fare un giro?-
-Certo- rispondeva di rimando.
Mentre rimbalzava sui tappeti si immaginava acrobata del circo. Sulla moto della pedana rotante si vedeva centauro in pista. Sui tasti da spingere a tempo con i piedi a ritmo di musica, immaginava la pista del dancing con la folla che gli batteva le mani per la sua bravura.
E sudava, sudava. Doveva levarsi anche quel golfino di lana leggera che portava pure d’estate. La madre si raccomandava di non prendere freddo, come se quella fosse la preoccupazione maggiore per quel figlio dal fisico buono. Ma con il cervello un po’ così.
-Mi offri un gelato?- reclamava a qualche mamma che lo trattava come un amichetto di suo figlio, incurante della disponibilità economica delle sue tasche. Usciva di casa sprovvisto di soldi e di fretta. Non aveva bisogno né dell’uno né dell’altra.
Non ho mai visto alcuno trattarlo da adulto. Anche le sue storie, erano cose da piccoli.
-Ti racconto di quando sono stato al mare?-
-Dai,dai- gli facevano in coro.
Dovevi sentirlo romanzare il suo tuffo dagli scogli, con le meduse che lo avevano circondato, e alla fine le aveva spremute una ad una senza avvertire nessun bruciore alle mani.
-Che bravo-
-Beato te che sei così forte-
Ma quei bambini non volevano prenderlo in giro. Erano veramente stupiti dalle cose di quell’uomo uguale a loro ma col corpo lungo e robusto da grande.
Era capace di parlare per mezz’ora buona, se non saliva su qualche giostrina per divertirsi. Si aiutava con le mani per descrivere le scene più faticose. E perdeva un rivolo di saliva di tanto in tanto, asciugandosi col braccio per non apparire sciatto. Alla fin fine, ci teneva ad essere ordinato e pulito. Quella era un’altra raccomandazione della mamma.
Un giorno Gustavo ha voluto fare la sorpresa più gradita per Duilio, sapendo quanto ci tenesse.
-Vuoi andare sulla ruota panoramica?-
Ha preso a battergli forte il cuore, arrossendo e facendo di sì con la testa. Erano anni, che aspettava quell’opportunità. Si era sempre limitato a guardare dal basso quelle navicelle rosse che salivano fino a rasentare le nuvole.
Gustavo lo ha accompagnato fino a quel cerchio magico, aiutandolo a prendere posto e assicurandosi che fosse ben fermo al sedile con la sbarra di sicurezza.
Poi la ruota ha preso a girare, prima lentamente. Quindi con ritmo costantemente accelerato.
Duilio ha preso a immaginarsi pilota di aerei supersonici, sentendo il fresco dell’aria tra i capelli. Pensava di manovrare la cloche facendo cabrate e tunnel della morte.
Poi a un certo punto si è accorto di aver finito il carburante. Ha fatto quello che ha visto delle volte in televisione quando viene premuto il pulsante rosso e il cupolino viene lanciato verso il blu dello spazio. Il pilota viene catapultato con tutto il suo seggiolino.
Duilio ha premuto un pulsante sul riquadro della navicella. Ha scostato la barra di sicurezza. E si è lanciato.

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CULTURA
28 aprile 2012
Christian
Christian

Christian è un bambino.
È un pesciolino troppo piccolo per la scuola elementare, ancora nuota nella materna.
È pieno di capelli ricci in testa. Boccoli duri che sembrano inamidati,
e chili di merendine e caramelle sopra i fianchi.
Ha gli occhi castani, ma di un castano che più bello al mondo non ce n’è.
Certe notti non riesce a dormire. Si mette col gomito sul cuscino e la mascella nella mano, e chiede alla mamma:
“Ma papà è in America?”
“No, amore mio.”
“E dove sta?”
“Qui, in Italia”.
“E perché non viene qua?”
“Papà ha da fare. Un giorno verrà”.
Christian non vuole le lacrime della mamma. Lui vuole sentire la storia che ha già raccontato ai suoi compagni di banco.
Vuole ascoltare mille volte che il suo papà è andato in America per fare l’astronauta, e prima o poi andrà sulla Luna. E lui guarda nel cielo se già si vede qualcosa.
Ma non è tra le stelle che il padre cerca i suoi sogni, perché gli basta una siringa per viaggiare, e viaggiare. Non è stato capace di regalare una favola ad un figlio al quale non ha regalato nemmeno un cognome.
“Ma un giorno mi verrà a prendere a scuola come tutti gli altri papà?”
“Certo che ci viene”.
“Ma è bello? Mi somiglia?”
“E’ il più bello di tutti. Come te. Uguale uguale.”
Christian da grande vuole fare l’Uomo Ragno. Se gli chiedi come fa, ti mostra le ragnatele ai polsi. E si arrampica, s’inerpica, combatte, e sconfigge tutti i cattivi del mondo, che per fare quello un papà non serve mica.
Ha già la maglietta, dell’Uomo Ragno. Per il resto è convinto che lo diventerà da grande: basterà solo crescere un altro po’.
La mamma ogni tanto gli presenta un fidanzato.
Lui se lo scruta, gli si avvicina, e fa:
“Sei tu, il mio papà?”
Quello di solito si vergogna un po’ e non sa proprio cosa rispondere. L’ultimo però ha preso la palla al balzo:
“E tu vuoi essere mio figlio?” gli ha chiesto.
“Magari!” ha detto Christian con gli occhi affacciati sul mondo. Ha incominciato a crederci:
“Mi accompagni alla Festa del Papà?”, gli ha chiesto, perché l’ultima volta al nonno gli è venuta la febbre e non è andato con lui a scuola a fare formine con la pasta di farina e sale.
Ma lui si è infilato tra due papà in prestito con la bocca a spicchio di luna e le formine le ha fatte lo stesso. E quando scattavano le foto ai bambini con i loro papà, si è rifugiato in bagno, che proprio proprio gli scappava.
Quando esce da scuola con la mamma per mano, si affaccia tra le macchine parcheggiate sollevandosi sulle punte dei piedi, per vedere se gli riesce di avvistare una faccia di quelle che di solito non vede mai là davanti, ma le conosce sempre tutte. Allora corre verso il camioncino dei gelati e urla:
“Fragola e pistacchio! E un chilo di panna!”
L’uomo del ghiaccio si rigira il cappellino con la visiera sulla nuca e gli para il palmo della mano dritta davanti:
“Batti cinque”.
“Cinque”, fa lui, con la mano veloce come un lampo.
Seduto sulla panchina a riguardarsi quel ben di Dio davanti, ha chiesto più di una volta alla mamma:
“Perché non ti sposi quello dei gelati?” immaginandosi come potrebbe essere la vita avendo a disposizione una delle cose più belle al mondo ogni giorno sotto casa sua.
“Perché poi ingrassiamo” ha scherzato la mamma che sta quasi sempre a dieta.
L’altra notte Christian s’è fatto coraggio e ha chiesto alla mamma:
“Ma perché se mi vuole così bene, papà non viene da me?”
La mamma gli ha messo una mano sulla pancia e gli ha detto:
“Papà è scappato perché s’è spaventato”.
“Perché, ero troppo brutto?”
Lei si è sganasciata dalle risate e lo ha rincuorato:
“Ma tu sei il più bello dell’Universo. È che lui ha avuto paura di non farcela a fare il papà”
“E tu diglielo che se ha paura ci penso io a difenderlo. Io sono l’Uomo Ragno!”
E si è addormentato pensando di arrampicarsi su un grattacielo che pende dalle nuvole.

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1 aprile 2012
La vita oscena
Un libro fantastico, una lunga e infinita poesia.
Ha un difetto:un po' gay,con lunghe disquisizioni sul sesso omo.Ma sono fatti suoi.
Il resto è una sequela di interruttori che accendono l'anima e coinvolgono in una solitudine e una perdizione che ti fanno voler bene al personaggio principale.
Un libro aperto:si buon ben dire a proposito,del suo autore.
Aldo Nove.Uno Scrittore con la Maiuscola.



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letteratura
19 gennaio 2012
Se tu fossi qui
Se tu fossi qui
Mi dici spesso che io non ti capisco, che inseguo conferme mie, trascurando le tue esigenze.
Nell’ordine sono stato:
Prevaricatore
Egoista
Geloso
Benaltrista
Figlio di puttana
E non ho più voglia di ricordare che cazzo altro ancora.
Ti ho chiesto soltanto di darmi un po’ di affetto, che i tuoi spazi te li lascio vivere quando e come vuoi. Con chi vuoi.
Però se non ti chiamo, finisce che non ti penso.
Se ti chiamo, invece divento morboso.
Tu vai via, sperando che io ti insegua a perdifiato.
Io aspetto invece, sperando che tu ritorni indietro.
Mi sarebbe bastato seguirti per qualche ora in silenzio, per vederti camminare e riempirmi del tuo tacchettìo.
Ma tu acceleri e io ti perdo di vista.
Non si riesce proprio ad incontrarsi in un punto che soddisfi tutti e due.
Sarebbe stato bello darsi appuntamento fra mille anni in una piazza deserta e scoprire di aspettarsi col cuore in gola essendo passati solo pochi secondi dall’ultima volta. Che tanto io e te non ci perderemo mai.
Quando dico che voglio buttarmi dal ponte più alto del mondo perché voglio morire, e mentre cado abbracciato a te, prima del suolo, gridando: “Ti amo, ti amo, ti amo!”, tu sorridi e fai la supponente.
Però dopo un po’ ti spaventi e mi dici:
“Non è successo niente. Stiamo ancora insieme come prima, che ci vogliamo bene uguale. Che problema c’è?”
E io ti credo. E ci credo.
Devo crederci sempre, sennò ne muoio.
Ma non perché mi butto giù. E’ il crepacuore, che qui mi attende.
Hai ragione che ti trascuro e che dall’ultima volta sembro preso solo dagli affari miei.
Ho cambiato prospettiva e mi sono accorto che forse è vero. Io credevo che tu non volessi più me come mi volevi poco prima. E invece probabilmente sono stato io a dimenticare di innaffiare la piantina nata con le lacrime di tutti e due.
Non può bastare solo l’acqua della pioggia, per farla crescere bene.
Me ne sono scordato, ahimè.
Tu però sai che non è stata l’intenzione e l’accidente a farmi commettere un siffatto delitto. Ho ritenuto che le cose oramai potessero andare da sole, con moto perpetuo.
Che tanto l’inizio glielo abbiamo dato. E quindi questo amore non può che crescere da solo all’infinito.
Ammetto: ho ecceduto.
Nel ritenerti forte come nessuno e saggia come un oracolo.
Bella senza trucco e forte anche se delicata.
Consapevole di te anziché bisognosa di conferme.
Amante per passione e non invece, meritevole di ricompensa.
Chiedo venia.
Non lo farò mai più.
Però imploro la luna che ti sorride tutte le notti e splende solo per te.
Se tu fossi qui, io sarei felice.
Ho tutto.
Manchi solo tu.

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letteratura
15 gennaio 2012
Da grande mi voglio sposare
Da grande mi voglio sposare

Come altre volte da un anno in qua, il signor Giovanni salì le scalette in cemento scorticate della signora Tilde. Aveva chiuso il negozio di alimentari in fondo alla via, all’ora di pranzo, e prima della riapertura si recò nella casa costituita da un grande salone in penombra, comunicante con la cucina luminosissima. Dove Tilde preparava solitamente il caffè per tutti e due.
“Nellina! E’ arrivato Giovanni. Sbrigati!”
La ragazzina si avvicinò alla sedia accanto al tavolo da pranzo, mettendosi composta e buona, con le mani poggiate sulle ginocchia, la fronte spostata indietro e il mento in avanti.
“Tu sei brava, a mamma. No?”
Giovanni, dopo aver attaccato il giaccone dietro la porta d’ingresso, si sdraiò sull’unica poltroncina della casa, lisciandosi i baffi e buttando uno sguardo fuori dal vetro della cucina, a controllare il tempo in cielo.
Ci sono storie quotidiane ordinarie nella loro follia, in cui gli interpreti scivolano nell’abisso del male un po’ alla volta. Senza rendersene conto.
Così che una madre sola con credito di affetto, tanta solitudine e una figlia appena adolescente, e un negoziante al lavoro sei giorni su sette, diventano sinistre figure di un incubo alla luce del sole.
Il signor Giovanni aveva incominciato a frequentare quella casa per noia, così come si va al bar a giocare a tressette con altri perditempo.
Era nata un’amicizia sempre più tenace con Tilde, affabile donna amante di prosciutto e pecorino del suo negozio. Ma con risorse economiche sempre più limitate.
Un giorno che un ragazzo aveva chiesto quanto formaggio gli poteva dare con due euro, dopo avergliene fatto vedere un pezzo, alla successiva domanda:
“E con cinquanta centesimi?”
Aveva risposto:
“Ti faccio sentire solo l’odore.”
Tilde si era accucciata per terra a reggersi la pancia per il troppo ridere.
Dapprima l’aveva frequentata con la recondita voglia di relazione aperta a chissà quali possibilità, vista la mancanza di legami da parte di entrambi.
Ma poi era sopraggiunta la inquietante presenza di Nellina.
Antonella, per i suoi compagni di scuola, da poco diventata donna. Che ancora se la ricordavano ricolma di merendine all’albicocca.
Era stata Tilde un giorno a chiedere a Giovanni:
“Bella, Nellina mia, vero?”
“Molto, Tilde. Da grande farà perdere la testa a tutti.”
“Io alla sua età ero ancora più bella.”
“Sicuro. Gatta che topi piglia, com’è la mamma, vengono i figli. Ci sono gatti che cacciano i topi. Altri no. Quelli che li cercano, daranno pure figli che andranno a caccia di topi. E’ la genetica.”

“Nellina, vai di là.”
Di là, era la stanza in penombra col divano a ridosso delle tende di pesante tessuto cremisi.
Di là, Nellina andava ad aspettare il signor Giovanni che finiva di prendere il caffè con sua madre. Almeno un paio di volte a settimana.
Giovanni, dopo aver accostato la porta comunicante con la cucina, andava a sedersi accanto alla ragazzina, prendendo fiato e girando sempre alla larga dai discorsi.
Alla fine si buttava con un rimasuglio di coraggio, poggiando la mano sul ginocchio di Nellina, dicendole sempre:
“Sei bellissima, Nellina. Mi vuoi un po’ di bene, tu?”
Lei annuiva, sbirciando tra i capelli castani lunghi fino alle spalle e che ricadevano subito a lato degli occhi, come a fare da tettoia. Si sentiva più protetta, con gli occhi che sbucavano come se fosse un soldato nella garitta.
Quell’imbarazzo durava ancora qualche minuto, finendo quando Giovanni si rimetteva i pantaloni, raggiungendo Tilde che faceva finta di terminare le pulizie del cucinino.
Le metteva una mano nella tasca del vestito a fiori, lasciandole dei soldi per la disponibilità, e andava via prendendo la rincorsa appena uscito in strada.
Nellina si precipitava a mangiare qualcosa di dolce nella dispensa, al che la madre la rimproverava.
“A mamma! Non mangiare queste porcherie. Che tu devi essere bella.”
“Lo stai cercando, il lavoro, mamma?”
“Certo, amore mio. Un po’ di pazienza e cambiamo casa.”
“Così mi cerco un fidanzato.”
“Alla tua età?”
“Perché, ti sembro piccola per avere un fidanzato? Giovanni mica pensa di avere a che fare con una mocciosa…Ti ha detto niente?”
“No, no. Lui è contentissimo di te. Ne parla sempre bene.”
“Meno male. Però io mi voglio sposare.”
“Perché, tesoro?”
“Perché voglio dormire la notte con uno che mi tiene abbracciata nel sonno senza toccarmi. E non stringe gli occhi a fessura quando mi guarda.”
“Figlia mia, non siamo state brave a tenerci un uomo, che ti vuoi sposare a fare?
Scapperà pure lui come tuo padre.”

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CULTURA
13 gennaio 2012
Un giorno, a scuola
Un giorno, a scuola

Il professore iniziò il discorso così.
“Non fate battute, niente sorrisini. Non guardate fisso e non lo mettete in imbarazzo. Non chiedete nulla che lui non voglia raccontarvi. Intesi? Altrimenti vi sollevo per le orecchie da terra, quant’è vero che l’uomo discende dalle scimmie.”
“Ma è guarito?” chiese una bambina.
“Chi lo sa…è tornato. E’ abbastanza.”
La giornata di ripresa delle lezioni dopo le vacanze di Natale, sembrava venata di novità. E in effetti, dopo tre mesi, la novità c’era.
Non passò nemmeno un quarto d’ora, che si avvertì un tocco alla porta. Tutti i ragazzi si misero in piedi, allo spiovere di uno sguardo ben conosciuto nella loro classe. Un sorriso teso tra un orecchio e l’altro, tanto era vivo e luminoso. Chi l’avrebbe detto.
Accompagnato dal padre, che gli reggeva la cartella, portava un cappellino di lana grigia in testa. Che levò subito, per educazione, mostrando una testina lucida come una biglia di vetro.
“Mi ha fatto male lo shampoo” rise su.
Tutti a sghignazzare e ad abbracciarlo.
“Grandeeee, Mario!”
Il padre se lo rimirò dalla porta, facendogli il pollice in su.
Lui baciò la punta delle dita, soffiandoci su in direzione del genitore.
La mattinata procedette come se non ci fosse stata alcuna interruzione dall’inizio dell’anno scolastico. I ragazzi avevano un’attitudine al cambiamento che gli adulti se la sognavano. Alla pausa pranzo si formò un circolo intorno a Mario. Ognuno aveva da chiedergli qualcosa.
“Organizziamo una partita di calcio? Non ci gioco che non mi ricordo nemmeno più. Vi faccio un paio di tunnel e qualche rovesciata. Vi eravate abituati bene, eh?”
“Si potrebbe fare Domenica dopo l’uscita dalla messa”, suggerì uno.
“Ok”, rispose Mario, che non vedeva l’ora di riprendersi la solita vita.
“Ti fa male?” gli chiese qualcuno.
“No, avevo solo stanchezza e febbre. Sai, è una cosa del sangue. Ma non l’ho capita bene.”
“Come ti è venuta?”
“Boh? Mi ci sono svegliato una mattina, e dopo un po’ di giorni mi hanno portato all’ospedale. Erano tutti preoccupati. Ma io mi sono divertito. Tutto quello che gli ho chiesto, a mamma e papà, mi hanno comprato.”
“Ma adesso è finita?”
“Ho vinto io. Solo una volta al mese, devo andare in un ambulatorio dove mi fanno delle punture.”
“Non hai paura dell’ago?”
“Non me le fanno mica al sedere! Mi hanno messo una scatolina sotto la pelle, qui al petto. L’ago lo attaccano lì. Poi sto sdraiato un po’ di ore con un giornalino in mano.
E quando finisce, vado alle giostre.”
“Ragazzi!” di ritorno il professore,”Domani iniziamo i temi in classe. Vi darò una traccia facile facile. Si intitolerà: Il mio compagno di scuola. Pensateci su, oggi, che domani voglio vedere che cosa ne pensate.”
L’indomani già la comparsa di Mario fece un effetto meno sconvolgente. Nessuno pensava più alle sue assenze. Era come se ci fosse sempre stato, a scuola.
Qualcuno arrischiò anche a toccargli la testa, per vedere se fosse di plastica o ci fosse qualcosa di finto, tanto brillava.
Venne dato l’inizio del compito, e dopo un’ora, tutti consegnarono il foglio compilato.
Alla ricreazione il professore iniziò a studiarseli uno ad uno, con il proposito di sceglierne qualcuno a mò di esempio, da poter leggere a tutta la classe. Prima della fine delle lezioni, richiamò l’attenzione di tutti, cercando l’approvazione di Mario, e con voce impostata iniziò:
“And the winner is….Scherzavo. Vi leggo un tema che mi ha lasciato un po’ perplesso. Giudicate voi, se l’effetto è lo stesso.”
E iniziò.
“Ieri è tornato un mio compagno di classe, che era tanto che mancava da scuola.
Mi hanno detto che non è stato molto bene. Chissà quante giustificazioni gli hanno dovuto firmare.
Sono contento che sia tornato, ma un po’ lo invidio. Pure io vorrei arrivare e trovare tutti quanti ad aspettarmi. Mi farebbe tanto piacere.
E poi, chissà quanto mi divertirei il giorno a casa senza il problema della scuola. Che a me non piace per niente.
Meglio stare alla televisione a vedere i telefilm. E mangiare patatine, che sicuramente mamma mi comprerebbe in abbondanza, sapendomi malato.
Però non vorrei perdere pure io i capelli. Sennò la ragazze poi non mi guarderebbero più bene.”
“Grandissima, grandissima, testa di legno. Ma si può essere peggio di così?”
“Lei ha chiesto cosa provavo, professore. E io l’ho scritto.”
“Hai ragione tu, dai. Potete andare a fare la ricreazione, ragazzi.
A dopo.”

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CULTURA
8 gennaio 2012
di me
Ho appena finito di strappare le foto dove comparivamo insieme io e te.
Alcune le ho preservate dalla mia furia: le ho divise a metà. Compare ancora un sorriso singolo dove invece ne erano due.
Ho indugiato con quella dove mi tieni abbracciato da dietro, facendo capolino sulla mia spalla, perché ricordavo il senso del tuo discorso bisbigliato all’orecchio:
“Non ti lascio nemmeno se mi dichiari guerra e inizi i bombardamenti.”
E io ti avevo risposto:
“Mi dichiaro prigioniero in conflitto armato.”
Avevo creduto per davvero che saremmo stati indivisibili, noi.
Ho passato in rassegna i vestiti tuoi rimasti attaccati nel mio armadio, dove il limite di mezzo era stato sforato a mio svantaggio, chè la roba tua soverchiava di molto la mia. Mi faceva piacere che le tue cose contaminassero le mie, anzi le sorpassassero in numero per relegarmi in uno spazio sempre più piccolo. Ci vedevo l’avanzata della tua esistenza nella mia, come esercito schierato in avamposti a ridosso del territorio da conquistare.
“Promettimi che faremo un figlio che somigli di più a me, che dici di essere bellissima”.
Te l’ho promesso e l’ho desiderato, pregando ad ogni tuo ritardo naturale che fosse vero.
Il giorno che tu mi hai detto con poca convinzione che forse il nostro rapporto non ti sembrava quello di quando era iniziato, ti ho deriso per le tue continue circonvoluzioni, i tuoi salti e la tua ricerca della felicità assoluta, del finale sconvolgente che si ripete ogni giorno.
Ma una storia d’amore è fatta anche di noia, di silenzi inconsapevoli che riempiono le parole che poi verranno dette senza ricerca di stupirsi ad ogni costo.
Ti ho chiesto:
“Ti ci vedi fra trent’anni, con il plaid sulle gambe seduti davanti al televisore a cercare di rispondere ai quiz, con le mani intrecciate a farci compagnia, senza parlare di noi e senza uscite sensazionali?”
Mi hai detto:
“L’amore dura finchè c’è conoscenza, dopo diventa affetto.”
Ecco, forse io già provo affetto.

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CULTURA
6 gennaio 2012
Il comandante
Il Comandante


Lo trovarono riverso sopra ad una panchina, con il sorriso dipinto in faccia.
Doveva aver visto tutto, e tutto doveva aver compreso, se sorrideva a quel modo.
Lui era il matto del paese, “il Comandante”.
Camminata marziale con portamento gentile. Mozzicone di sigaro sempre presente nel taschino della giacca quasi sempre stazzonata, accanto ad un foulard che usava ora da decorazione, ora per soffiarcisi il naso.
“Quant’è bello, il Comandante!” diceva qualche donna dal balcone che non considerava la follia un limite alla voglia del piacere carnale.
Era partito con l’esercito una stagione gelata che aveva portato la neve fino a quel paese a ridosso del mare dove altrimenti anche d’inverno si poteva fare notte in maniche di camicia.
E non era tornato se non dopo vent’anni.
Matto.
In compagnia di un altro sé.
“Ciao bello.”
Era la frase che mi rivolgeva ogni qualvolta incrociava la mia strada.
“Buongiorno, Comandante.”
Cercavo di mascherare con la gentilezza il timore che infondeva la stranezza di quell’uomo.
Mai aveva dato preoccupazioni all’ordine pubblico, né tanto meno si era arrogato qualche pretesa verso persona alcuna.
Era un matto saggio, se mi si può passare il termine.
Pieno di aneddoti astrusi con un fondo di leggerezza che lo facevano apparire una via di mezzo tra il bon vivant e il filosofo da bettola.
Era sovente poggiato al bancone del bar, coi gomiti a sfiorare la superficie, come per non aderire con tutta la manica al mobile. Che lui schifava ogni cosa.
Non ricordo mai che abbia preso contatto fisico con qualcuno.
Se si trovava a ridosso di qualche passante, scartava di lato con leggiadria e galanteria, quasi a dare precedenza con garbo, che altro non era invece che paura di essere contagiato da chissà quale virus. Una testa votata alla paura delle malattie.
Come se invece fosse sano. Il Comandante.
Parlava col barista quasi sempre di donne, che chissà quante ne aveva conosciute.
Probabilmente le aveva conosciute tutte per davvero, se ancora a loro piaceva.
“Ci trovammo in una tormenta, con gli zaini sulle spalle piegate indietro tanto erano pesanti. E non riuscivamo a vedere ad un palmo dal nostro naso incuranti del precipizio che ci aspettava a mezzo metro.”
“E poi?” chiedeva qualcuno nel bar.
“ E poi eccoci qua. Sani e salvi, mi pare, no?”
Lo conoscevano anche quelli dei paesi intorno, che infatti quando qualcuno scendeva dall’autobus in piazza, vedendolo con una gamba poggiata sul ripiano della panchina, mentre si tirava indietro i capelli gelatinosi con la mano, si faceva a gara nel salutarlo.
“Buongiorno, signori” rispondeva a tutti.
Era innocuo. E stranamente simpatico.
Ne avevo sentite di ogni maniera, sull’origine della sua follia.
Qualcuno mi aveva raccontato che era stato un professore a malmenarlo fino a renderlo rincitrullito, dato che gli aveva sottratto la moglie.
Un suo parente sosteneva che invece si era cappottato con l’auto di notte, restando dissanguato per ore in attesa dei soccorsi, imprigionato con un braccio tra lo sportello e il terreno fangoso.
Secondo me era stata l’invidia della gente a fargli venire la pazzia.
Troppe qualità in un uomo solo, quando la maggior parte della gente non ne possiede manco una.
Chissà com’è, il Dio dei matti. Se è lo stesso Dio nostro.
Gli vorrà bene allo stesso modo? Forse li tiene un po’in disparte perché non gli sono venuti proprio benissimo. O forse sono i suoi figli prediletti, e li ha graziati con dei doni che noi non abbiamo ricevuto e di cui ignoriamo l’utilità.
Mi riesce difficile immaginare il Comandante come figlio di Dio. Lui che con la postura e la sua prosopopea appariva davvero essere una divinità.
Talora si organizzava una cravatta in forma di papillon, denotando buon gusto e trascorsi fini.
E imprecava contro lo stato.
“Governo ladro! Cosa ne vuoi tu della mia pensione misera? Che non ho diritto, io, ad essere invalido totale? Sai che me ne faccio della tua elemosina? Me la fumo tutta quanta in sigari cubani. Tiè!”
Ci mancherà, il Comandante.
Chissà lo sberleffo finale a chi l’ha fatto.


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CULTURA
5 gennaio 2012
Senza intenzione
Senza intenzione

Rico viaggia per strade e strade incellofanato nel suo impermeabile beige annodato in vita fino ad estate iniziata. Poi una mattina si mette di punto in bianco in maglietta, bermuda e infradito. Senza passaggi intermedi.
Si sente figo.
Ha un passo laterale che gli consente di camminare rasente sempre di sbieco, come se rivolgesse le spalle al muro.
Non parla e non sente poiché è sordomuto. Nemmeno sa scrivere in quanto analfabeta. E’ la persona giusta per l’Anselmo, il “Compro Oro” accanto al mercato rionale.
Chi c’è di meglio di uno che non parla, non sente, e non scrive, per commissioni di una certa delicatezza?
Rico, da Federico? Enrico? Qualunque origine abbia il suo nome, nessuno sa con precisione.
E’ diventato l’agente speciale con committenza a termine dell’Anselmo, che come lavoro aggiuntivo concede prestiti a usura ad un po’ di persone in apnea.
Si prepara un foglietto, rigorosamente scritto a matita, che dura meno dell’inchiostro, e viene annotato il corrispettivo dovuto secondo il tasso prestabilito. Vengono riportate anche le somme iniziali e quelle rimanenti.
Il sordomuto recapita la missiva senza far parola, ascoltare, o cenno alcuno, e subito dopo aver ricevuto il pattuito, fa dileguare il foglietto. Così non rimane più traccia di delitti commessi.
Non è chiaro se Rico percepisca l’effettivo compito che svolge. Ma lui lo fa nel migliore dei modi e con gentilezza finissima.
Nel mondo si commettono infamie con l’intento, e a volte senza prevedere la reale portata del misfatto. Come fossero incidenti non previsti e prevedibili.
Lui lo fa senza intenzione.
Sempre garbato e apparentemente spensierato, si accende soprattutto davanti alla lavanderia dove ha trovato impiego una giovane ragazza down con gli occhi celesti. Che a Rico sembrano due fontane limpide e sincere dove dissetare l’anima sua.
E lei gli ride con gioia e segno di lusinga.
Deve farle piacere avere un corteggiatore.
Davanti al locale dove sta lei, lui rallenta dapprima, quindi si sofferma sull’uscio, e dopo aver sporto lievemente il capo all’interno, rivolge un inchino ossequioso che lei sembra gradire tanto, sistemando le stanghette degli occhiali per rendersi conto meglio.
Un giorno lei gli ha consegnato un foglietto scritto con calligrafia piccola piccola, recante la seguente implorazione:
“Mi porti a mangiare una pizza?”
Lui si è rigirato la carta tra le mani soppesandola e rimirandola da ogni verso, avendo riconosciuto dei caratteri diversi dai numeri soliti.
E lo ha buttato via. Chè l’Anselmo gli raccomanda sempre di buttare i foglietti dopo averli fatti a pezzettini.
Ancora non sono andati a mangiarla, la pizza, ma prima o poi un modo per mettersi d’accordo si troverà.
Rico torna a casa a pranzo e a cena per cucinare, perché si sente il re dei fornelli. Prepara per sé e per il signor Antonio, suo padre, Toto della Genovese, come lo chiamano nel quartiere, dal nome della moglie che faceva la mammana e ha messo al mondo la maggior parte della gente che abita lì intorno, quando si partoriva nelle case e l’ospedale era scomodo da raggiungere.
La moglie di Toto voleva bene a Rico come fosse figlio suo tanto che prima di morire si raccomandava a tutti di provvedere a quel ragazzo troppo buono. “Il mondo non è fatto per quelli buoni”, diceva, “e a uno come Rico se lo mettono dove vogliono”.
Rico non ha pianto nemmeno un po’ e pensa che la Genovese sia andata in Paradiso, che lì ci vanno solo quelli col cuore grande. E se lo immagina come un posto pieno di suoni e di gente che urla, dove pure lui potrà parlare e cantare finchè ne ha voglia.
Il signor Antonio un paio di volte ha chiesto a suo figlio da dove arrivano tutti quei soldi, ma Rico ha scosso le spalle come se non fosse importante, e il padre si fida del suo ragazzo e non si preoccupa più.
In cucina il sordomuto dà il meglio di se facendo sfoggio della sua abilità, frutto di giornate passate col fratello della Genovese che fa il cuoco in un grande albergo della costa. Quando d’inverno chiude il ristorante, questi passa molto tempo a insegnare a cucinare a Rico. Gli ha pure chiesto se vuole andare a lavorare con lui e che una parola di presentazione ce la spende. Ma quello ha fatto segno alle proprie orecchie, facendogli capire che non potrebbe prendere le ordinazioni. E se gli dice che si può usare la carta, Rico indica le mani per far capire che lui non sa scrivere.
Di sera si mette davanti alla televisione a guardare i documentari degli animali. Adora i serpenti e potendo se ne metterebbe pure qualcuno in casa.
Il cuoco ogni tanto se lo porta a spasso come farebbe con un bambino e gli racconta un mucchio di cose che a Rico fanno strabuzzare gli occhi.
Gli ha raccontato che prepara un piatto con la coda di rospo, che non è una rana bensì un pesce al quale è stata staccata la testa.
Pare che in Cina mangiano grilli e vermi fritti e sono pure molto gustosi e nutrienti.
Rico annuisce e pare capisca tutto.
Una sera lo ha accompagnato anche nei vicoletti dove alcune case hanno una sedia accanto alla porticina, e il cuoco ha spinto il sordomuto dentro per fargli conoscere l’amore. E lui a cenni gli ha mostrato che gli è piaciuto e molto.
Un giorno che passavano davanti al cimitero gli ha chiesto se sua madre stia lì.
Rico ha scrollato le spalle, che Toto non gli ha raccontato mai nulla, tranne una sola volta, che gli ha intimato di non chiedere mai più di quella donna.
L’Anselmo più di una volta gli ha fatto cenno di mettersi in società per poterlo avviare all’impresa, che non avendo figli suoi, forse tra non molto gli potrebbe lasciare tutto quanto. E mica l’idea gli è dispiaciuta, a Rico, che già si vede con un impermeabile nuovo. E stavolta se lo comprerà giallo, che gli pare il colore più bello.
Già si immagina la faccia della tipa della lavanderia quando le si presenterà dinanzi. Sente un brivido attraversargli la schiena.
Però un po’ di tempo fa si è comprato di nascosto uno smoking appena appena usato, e se lo è nascosto in fondo all’armadio per non farselo vedere da nessuno.
Non ci vuole andare a nessuna festa da ballo ma se lo tiene pronto alla bisogna se dovesse morire. Che sicuro, se dovesse morire Toto, mica ce la fa, a tirare avanti.


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